venerdì 13 giugno 2008

Aipac Obama

Il 4 giugno scorso il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, ha tenuto un discorso all’Aipac, il principale gruppo d’interesse (lobby) filo-israeliano operante negli Stati Uniti. L’"American Israel public affairs committee" si autodefinisce “la più importante organizzazione che influenza il rapporto dell’America con Israele. Un recente studio di Mearshimer e Walt ha raccontato come la politica estera americana sia fortemente influenzata – in senso contrario agli interessi Usa – da questa lobby. Ecco alcuni stralci tradotti del discorso pronunciato dal senatore dell’Illinois.

“So che quando vengo all’Aipac mi trovo tra buoni amici, amici che condividono il mio forte impegno affinché il legame tra Stati Uniti e Israele sia indistruttibile oggi, domani, per sempre”

“La nostra alleanza si basa su valori e interessi condivisi: chi minaccia Israele minaccia gli noi”

“Gerusalemme deve rimanere la capitale d’Israele e deve restare indivisa”
Il senatore dell’Illinois sostiene che non ci sia spazio per il negoziato con

Hamas, definita “organizzazione terroristica” tout court, finché non riconoscerà lo stato ebraico e rinuncerà alla violenza

“Noi non dimenticheremo i tre soldati che sono ancora nelle mani di Hezbollah e li riporteremo a casa: si tratta di una priorità per la politica americana e israeliana”

“L’Iran si è rafforzato e rappresenta la principale minaccia strategica per gli Stati Uniti e Israele in Medio Oriente”

“Il regime iraniano appoggia estremisti violenti e per noi rappresenta una minaccia nella regione e solleva la possibilità del trasferimento di knowhow nucleare nelle mani dei terroristi. Il suo presidente nega l’Olocausto e minaccia di cancellare Israele dalle carte geografiche”

“Il pericolo rappresentato dall’Iran è grave, reale, e il mio obiettivo sarà eliminare questa minaccia”

“Farò qualsiasi cosa in mio potere per evitare che l’Iran ottenga l’arma nucleare”

“La cooperazione tra Israele e Stati Uniti nel campo della difesa rappresenta un modello di successo che deve essere rafforzato” E allora promette 30 miliardi di dollari di aiuti - nei prossimi 10 anni - allo Stato ebraico

venerdì 14 marzo 2008

Che razzo d'intifada

Da qualche mese i gruppi armati palestinesi fabbricano razzi più sofisticati rispetto ai vecchi Qassam. Missili imprecisi e con un potenziale esplosivo ridotto che però, dopo Sderot, sono riusciti a raggiungere un’altra città israeliana, Ashkelon.
Ufficialmente “per mettere fine al lancio di Qassam” che il 27 febbraio avevano ucciso Roni Yechiah, uno studente 47enne del College Sapir di Sderot, tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo le truppe e l’aviazione di Tel Aviv hanno condotto un’imponente operazione contro la Striscia di Gaza che ha causato la morte di circa 120 palestinesi, la metà dei quali, secondo l’organizzazione israeliana B’Tselem, non combattenti.

Nelle ore in cui veniva compiuto il massacro,
il vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, minacciava una "shoah" contro la Striscia di Gaza.
La spirale di violenza apparentemente inarrestabile (raid dell'aviazione contro Gaza-razzi su Israele o viceversa) è cominciata all'indomani dell’isolamento internazionale di Hamas (eletto democraticamente, ma bandito da Israele e dall’Occidente).


Qualcuno l'ha già ribattezzata "intifada dei razzi": una rivolta che seguirebbe all’Intifada (1987-1993) e alla cosiddetta "seconda intifada" (2001-2005).
Ma forse, dietro al massacro di civili e al lancio di centinaia di Qassam da Gaza verso Israele (nel video sotto si può vedere l'esaltazione che ne fa la propaganda islamista), nei Territori palestinesi occupati si sta muovendo qualcos’altro.

Prendiamo la cronaca della settimana scorsa: autobus israeliani presi a sassate a Gerusalemme, bottiglie molotov contro automobili guidate da coloni a Nablus, Hebron. Un ragazzino palestinese ucciso da un settler a Ramallah, tutto quuesto solo nella giornata di martedì 4 marzo. Nella stesse ore migliaia di palestinesi d’Israele (che rappresentano il 20% della popolazione dello Stato ebraico) hanno manifestato nella città di Umm al-Fahm gridando "Hamas, Fatah vogliamo l'unità".

In Cisgiordania la gente è scesa in strada: per la prima volta da mesi le bandiere di Hamas sventolavano assieme a quelle di Fatah e del Fronte popolare per la liberazione della palestina, in cortei - spontanei e organizzati - a cui hanno preso parte centinaia di cittadini comuni.

"Non sarebbe onesto ingigantire la rilevanza di queste manifestazioni - commenta l'analista politico Omar Barghouti -, ma sarebbe scorretto nasconderne l'importanza". Secondo Barghouti, "superando la coltre di retorica di guerra che non si addice alla situazione, i dimostranti hanno protestato contro l'occupazione militare e la politica coloniale di Israele". L'effetto di queste dimostrazioni popolari è stato quello di aumenta la pressione popolare sul governo della Cisgiordania, in mano all'Autorità palestinese presieduta da Abu Mazen. "All'inizio dell’offensiva l’Autorità palestinese - mentre la gente veniva uccisa a Gaza - si preoccupava di prendere le distanze da Hamas, poi lo stesso presidente Abu Mazen è andato a donare il sangue per la gente della Striscia" ricorda Barghouti.

Secondo Jamal Jumaa, che guida la campagna internazionale Stop the wall "queste manifestazioni non soltanto hanno unito la gente contro l’occupazione, ma hanno avuto anche l'effetto di accentuare la distanza tra l’Autorità palestinese e il popolo". "Negli ultimi giorni – sostiene Jumaa - il ruolo giocato dall’Autorità palestinese nel progetto di normalizzazione dell'occupazione è entrato apertamente in conflitto col volere del popolo".

lunedì 4 febbraio 2008

Il 3 febbraio 2007 moriva Stefano Chiarini


Stefano Chiarini, giornalista generoso e militante
Aldo Garzia, Aprile online, 05 febbraio 2007

La notizia come uno sparo: Stefano Chiarini è morto d'improvviso, colpito da infarto. Sabato sera c'è stato l'incredulo e terribile passaparola tra amici e compagni che si frequentano ormai poco ma sono legati da un filo invisibile che è generazionale, politico, affettivo. Stefano era a casa, con la moglie Elena e i suoi due figli. Stava lavorando a un articolo per "il manifesto", il giornale dove ha passato oltre venticinque anni. Nell'ultimo periodo aveva dei problemi di circolazione alle gambe. Pochi anni fa aveva sconfitto una fastidiosa malattia agli occhi che lo costrinse a indossare degli antiestetici occhiali anti-luce. Quei disturbi sono stati i segnali premonitori che qualcosa non funzionava nella pressione e nel suo cuore generoso, sempre disposto - come ha scritto bene Maurizio Matteuzzi sul "manifesto" di domenica - a buttarsi con ostinazione nelle "cause perse", che poi sono quelle dei popoli dimenticati del Terzo mondo.

Con Stefano va via un pezzo di seconda generazione del giornale e dell'impresa politica che abita ancora in via Tomacelli 146. Molte individualità, accanto alla speranza comune di cambiare l'Italia e pure il mondo, si sono incrociate per anni prima al quinto e poi al terzo piano di quello stabile dall'architettura mussoliniana nel centro di Roma. Qualcuno, come Stefano, vi ha trascorso metà della sua esistenza, consumando prima la giovinezza e subito dopo la maturità di marito, padre e inviato nei punti caldi delle guerre e dei conflitti mediorientali.

Ricordo quella sera di gennaio 1991, quando al telefono dei capiredattori arrivò la sua chiamata da Baghdad. Aveva voluto restare sotto le bombe della prima guerra del Golfo, unico giornalista insieme a Peter Arnett della Cnn. L'attacco dell'aviazione statunitense era imminente, lui stava per recarsi nel rifugio antiaereo dopo aver dettato l'articolo di giornata. Nei giorni precedenti non si era lasciato convincere ad abbandonare l'Iraq che prendeva fuoco. Stefano era così: inutile cercare di fargli cambiare idea, se era convinto della sua. L'ho conosciuto nei primi anni Settanta all'università, dove si era iscritto alla facoltà di medicina dopo aver frequentato il Liceo Giulio Cesare di Corso Trieste dove aveva imparato a difendersi dagli attacchi dei fascisti pur non avendo il fisico del culturista. Quell'apprendistato gli permetteva di essere sempre nelle prime file dei cortei e del servizio d'ordine del "manifesto". Una volta le ha prese così tante dalla polizia che fu ricoverato al Policlinico, diventando per i più fifoni di noi un piccolo eroe da guardare con rispetto. La sua zona di impegno politico era la Tiburtina, Ponte Mammolo, dove militava nei collettivi operai-studenti che si occupavano di salute in fabbrica.

Stefano è sempre stato radicale e inflessibile nelle sue convinzioni. Era un lato del suo carattere, che forse trovava radici nella formazione cattolica giovanile: se si crede in Dio e poi in qualcos'altro, bisogna farlo davvero e fino in fondo. Amava la polemica e la provocazione. In uno dei primi cortei femministi e separatisti non aveva scelto, come la maggioranza di noi, di restare ai margini. Alzando la voce, aveva detto chiaro e tondo ad alcune compagne che sfilavano a Largo Argentina che la loro scelta era sbagliata perché il movimento in cui eravamo tutti impegnati doveva restare uno e indivisibile. Il caso ha poi voluto che andassi a vivere per qualche tempo in un appartamento dove c'era una sua ex fidanzata, con la quale aveva mantenuto un rapporto di amicizia e di scambio. La frequentazione era perciò diventata meno casuale delle riunioni che "il manifesto", gruppo politico romano, teneva nella sede di via Monterone. Ho iniziato allora a cogliere i lati più nascosti del suo carattere: la generosità, l'abnegazione, la disponibilità all'amicizia e finanche la timidezza.

Gli anni del primo riflusso della marea sessantottina lo hanno condotto a Londra con la voglia d'imparare perfettamente l'inglese. Lì ha iniziato a occuparsi del conflitto che dilaniava l'Irlanda del nord. Le sue cronache per "il manifesto" erano intrise di passione e di dovizia di particolari storici, non solo di attualità. E' nato in quel periodo, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, il cronista Chiarini: un giornalista schierato, dotto nelle materie che seguiva, convinto che il giornalismo era una delle modalità con le quali continuare a fare politica raccontando episodi, storie e lotte che si svolgevano in terre distanti dalla nostra. In Italia erano in pochi a conoscere al pari di Stefano la storia e la contemporaneità dei paesi del Medio Oriente, oltre alle radici e all'attualità della "questione palestinese".

Quando ci siamo ritrovati a via Tomacelli, la comunicazione - assieme alle polemiche - sono riprese dal punto dove le avevamo lasciate (lui sempre troppo di sinistra ai miei occhi, io sempre troppo moderato ai suoi). Ci univa, al di là delle differenze, ciò che insieme avevamo vissuto a metà degli anni Settanta e che poi ci avrebbe portato a collaborare più strettamente sia nel giornale sia nell'ideare un volume dedicato a Cuba della sua casa editrice, raffinata nella grafica e nella scelta dei titoli, Gamberetti. Negli ultimi anni leggevo da lontano le sue cronache e seguivo con distacco i suoi percorsi politici in cui però, perfino nella scelta di candidarsi nelle liste dei Comunisti italiani alle ultime elezioni del 2006, scorgevo la stessa coerenza e generosità di gioventù. Quando capitava di incontrarci, il parlottare riprendeva fitto come se non avesse subito interruzioni. Proprio come accade a quanti sono uniti dal filo invisibile degli anni Settanta, che è insieme generazionale, politico e affettivo.

In questo momento in cui qualcosa della passata gioventù si spezza irrimediabilmente, mi piace ricordare l'ironia e il sorriso sornione di Stefano insieme a quella borsa - un archivio ambulante - da cui non si separava mai e che conteneva fotocopie, ritagli e materiali che lui solo sapeva decifrare e ordinare. Chiarini ha vissuto intensamente i suoi appena 55 anni. Era amato per la sua umanità e molto apprezzato per il suo lavoro giornalistico. Questa consapevolezza non addolcisce il dolore di quanti lo hanno conosciuto e ora devono arrendersi all'idea di non rivederlo più.

domenica 27 gennaio 2008

L'assedio israeliano rafforza Hamas

Negli ultimi sette giorni Hamas ha messo in crisi il piano israeliano di assedio alla Striscia di Gaza, che gli islamisti controllano dal giugno scorso, da quando espulsero i leader politici e militari di Fatah. Con la chiusura quasi totale dei valichi civili e commerciali e la conseguente riduzione al minimo delle forniture di carburante e aiuti umanitari internazionali il governo Olmert mira a bloccare il lancio dei razzi Qassam, che quasi quotidianamente vengono sparati dalla Striscia in Israele, e indebolire il controllo che Hamas esercita su Gaza, un territorio desertico lungo 40 chilometri e largo dieci, dove vivono 1,5 milioni di palestinesi, la maggior parte dei quali fuggiti o espulsi dalle proprie case durante il conflitto arabo-israeliano del 1948-'49.



I miliziani hanno lanciato in Israele i rudimentali razzi Qassam fino a quando hanno voluto, sopportando le perdite inflitte dai raid dell’aviazione nemica, che hanno fatto anche molte vittime tra i civili palestinesi.

Quando l’assedio del governo di Ehud Olmert a Gaza - dichiarata nelle scorse settimane “entità nemica” – si è fatto più duro, con il blocco quasi totale delle forniture di carburante e generi di prima necessità, le immagini della campagna mediatica palestinese hanno mostrato a tutto il mondo gli effetti delle chiusure: la popolazione civile avvolta dalle tenebre e allo stremo, scolari palestinesi costretti a studiare a lume di candela.

All'alba di mercoledì una serie di cariche esplosive ha abbattuto la frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, permettendo a centinaia di migliaia di persone di rifornirsi di generi di prima necessità nel paese confinante. Un successo militare e una grande vittoria propagandistica, anche nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania (controllata da Fatah) che assistono impotenti al completamento del muro attorno ai loro campi e alle loro cittadine.

Sabato mattina un migliaio di pacifisti, israeliani e palestinesi d’Israele, hanno mostrato la loro solidarietà agli abitanti della Striscia recandosi in convoglio al valico di Erez e portando tre tonnellate di aiuti umanitari (olio, acqua, zucchero, medicine).

Che farà il governo Olmert quando il prossimo Qassam raggiungerà la cittadina israeliana di Sderot?

Non reagire non è considerata un'opzione: l’opinione pubblica interna non capirebbe e i partiti della destra, anche all'interno della coalizione di governo, insorgerebbero. Avviare le trattative per una tregua - richiesta da Hamas - è improbabile, per gli stessi motivi. Riportare le truppe all’interno di Gaza, dopo il ritiro dell'estate 2005? Gli esperti militari avvertono che causerebbe un bagno di sangue, con tante vittime tra i soldati.

giovedì 17 gennaio 2008

L'immaginazione letteraria aiuta le pubbliche realazioni

Di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007

Negli ultimi tre anni la letteratura israeliana è fiorita all’estero e ha stretto buone relazioni pubbliche. Scrittori hanno viaggiato, sono rientrati in patria, hanno vinto premi e i loro lavori sono stati tradotti in molte lingue. Una delle persone maggiormente responsabili di tutto ciò è Dan Orian, che fino alla settimana scorsa lavorava come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (Dcsa) del ministero degli esteri. Dopo aver completato il suo servizio in quella posizione, ha assunto il suo nuovo incarico di console presso l’ambasciata israeliana di Copenhagen.


La cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all’estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d’Israele.


“Qui ci sono scrittori magnifici che sanno anche come parlare e che hanno qualcosa da dire, e per me va benissimo che abbiano opinioni politiche differenti dalla posizione ufficiale d’Israele” dice Orian.


“Non c’è dubbio che David Grossman o Sami Michael siano molto a sinistra nella mappa politica. Il messaggio che viene trasmesso è che siamo un paese pluralistico nel quale a ognuno è data la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Amos Oz partecipa in Grecia a un evento per lanciare “A tale of love and darkness” e 1.500 persone vi partecipano” Orian cita come esempio. “Yehudit Rotem, Aharon Appel-feld, Ronny Someck appaiono all’estero e ottengono una risonanza incredibile. Queste sono le cose che restano, alla fine”.


Orian vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. “La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”. Orian sarà sostituito entro due mesi da Sylvia Berladski, e molte persone sperano che lei continui il successo del Dipartimento.


Orian, 41 anni, sposato e padre di tre figli, è nato e cresciuto a Gerusalemme. Nell’esercito ha fatto parte dell’intelligence e poi si è laureato in studi slavi all’Università ebraica. Per cinque anni è stato attacchè culturale a Mosca e tre anni fa è approdato al Dcsa, che considerava l’anello meno prestigioso del ministero degli esteri.


“All’inizio non volevo quell’incarico – racconta -. Volevo un posto da diplomatico, ma col senno di poi quella posizione si è dimostrata non solo importante, ma della massima influenza. Quando vai a parlare con qualcuno del futuro della Striscia di Gaza o del percorso della barriera di separazione, risulta molto importante ciò che questa persona ha nella mente riguardo a Israele. E alle volte, se ha letto l’ultima traduzione di Grossman o Appelfeld, o è stato a un concerto di una filarmonica israeliana presso il teatro Gesher, la conversazione prende una piega totalmente differente”.


Il Dipartimento di letteratura presso il Dcsa opera attraverso diversi canali: finanzia in parte o completamente i viaggi all’estero degli scrittori o dei poeti israeliani, abitualmente dopo la pubblicazione di uno dei loro libri; aiuta ad ospitare scrittori ospiti e fornisce assistenza finanziaria per tradurre lavori in altre lingue.


Pare che alcuni scrittori viaggino molto e altri meno. Come fa il ministero a scegliere quali aiutare?


“Generalmente mandiamo (all’estero) gli scrittori in prossimità dell’uscita di un loro libro tradotto in lingua straniera” dice Orian. “Spesso ci arrivano richieste da una casa editrice estera, un festival o una fiera del libro che vuole invitare certi scrittori. Sono sicuro che ci siamo dimenticati di qualcuno”.


“A volte ci sono progetti speciali” aggiunge Orian. “Per esempio, abbiamo mandato tre scrittrici alla Settimana del libro di Singapore: Savyon Liebrecht, Noga Algom e Alona Frankel. Due volte all’anno, in primavera e autunno, una delegazione di scrittori israeliani si reca negli Stati Uniti. Quest’autunno toccherà a Michal Govrin e Sami Michael. Michael sarà onorato da un grande evento a Stanford”.


In quale misura la letteratura esportata dal ministero degli esteri deve essere in linea col consenso politico israeliano?


“L’idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. Quando Zeruya Shalev va in Germania, c’è gente anche fuori all’auditorium per ascoltarla. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un’autrice che parla delle relazioni all’interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l’intera percezione della società israeliana”.


“Due mesi fa Sami Michael è andato in Romania, il giorno dopo ne è stata data notizia dalla stampa e 5.000 copie di “A trumpet in the Wadi” sono state vendute in pochi giorni. Agi Mishol è andato negli Stati Uniti e Raquel Chalfi è stata pubblicata sulla American jewish poetry. Abbiamo tra 50 e 100 scrittori e poeti che stanno dialogando col mondo”.


E, nonostante questo il budget del Dipartimento per la letteratura presso il Dcsa è piuttosto piccolo: poche centinaia di migliaia di shekels all’anno. “Mandiamo all’estero una media di 120 scrittori all’anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo” dice Orian. “Le loro spese di soggiorno sono sostenute dai loro editori all’estero. Con l’aggiunta di altri 200.000 dollari sarebbe possibile mandare all’estero altri 50 scrittori per tradurre altri 100 libri e questa sarebbe una differenza significativa”.


E aggiunge: “Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione. Per le traduzioni chiediamo anche aiuto a uomini d’affari che hanno interesse a contribuire a questo sforzo. Quest’anno, per esempio, siamo riusciti a raccogliere 13.000 dollari grazie ai quali sono stati tradotti in polacco sette libri israeliani. Abbiamo un progetto assieme alla casa editrice Abbasi di Haifa per tradurre i libri israeliani in arabo. Abbasi ha pubblicato Amos Oz, David Grossman e Ruth Almog in arabo”.


Uno dei progetti a cui Orian ha contribuito è “Gente del mondo scrive la Bibbia”, grazie al quale cittadini di diversi paesi scrivono un capitolo della Bibbia ebraica nella loro lingua e calligrafia. Il progetto, incominciato dalla ong Bible Valley, guidata da Amos Rolnik, opera in venti paesi, e i primi sei libri (inclusi due da Singapore e Taiwan) usciranno presto. Saranno esposti nella Bible house, da costruire nella regione di Adullam vicino a Gerusalemme.


Un’altra iniziativa è stata una mostra di illustrazioni da libri per bambini israeliani esposta nelle fiere del libro in giro per il mondo. Sedici grandi poster con illustrazioni colorate di Liora Grossman, Alona Frankel, Ora Eitan, Yossi Abolafia, Naama Benziman, David Polonsky, Rutu Modan, Batia Kolton e altri sono stati mostrati nei padiglioni israeliani. “La vista dei grandi poster ha attirato l’attenzione sui libri dei nostri bambini” dice Orian, che recentemente ha scritto un libro per bambini che sarà pubblicato dalla casa editrice Korim.


Quali sono i suoi progetti per il futuro?


“Non scarto la possibilità di tornare al Dcsa” dice. “Ma voglio avere un posto diplomatico in futuro e forse guidare una legazione israeliana”.


Traduzione di Michelangelo Cocco